+8 Pacaraima, frontiera Brasile-Venezuela

Gli amici missionari mi consigliano, oltre che visitare Boavista, di approfittare per conoscere anche quello che sta capitando al confine tra Brasile ed Amazzonia: conosciamo tutti come il presidente Maduro sta distruggendo questo paese e costringe i venezuelani che fanno letteralmente la fame a cercare cibo all’estero. Ho già conosciuto ed aiutato venezuelani emigrati a Durán in Ecuador, altri a Lima e a Iquitos in Perú. Ma non sono comparabili con la situazione di frontiera vista qui a Pacaraima.
Saremo ospitati dal parroco padre Jesús, di nazionalità spagnola, diocesano di Roraima, prete conosciuto da don Lucio e don Benedetto.
Al nostro arrivo in bus (viaggio assieme a Raúl, ingegnere torinese missionario in Africa, che si trova in Sudamerica per lavoro e vacanza), padre Jesús ci offre un caffè di benvenuto e poi ci porta a pranzo. Intanto ci illustra tutta questa realtà di frontiera. Cito le sue parole e la sua testimonianza:
Ogni giorno prepariamo mille colazioni per i venezuelani che passano da qui. Stiamo costruendo anche degli alloggi per le emergenze. Ogni domenica celebro una mesa in spagnolo per i venezuelani, e la chiesa di riempie.
La gente in Venezuela muore di fame, per questo attraversa il confine. Vengono da tutte le province del Venezuela. Non trovano da mangiare, e se c’è costa tantissimo che non riescono a comprare.
Io sono nato in Marocco, quando metà del Marocco apparteneva alla Spagna. Sono ingegnere e sono arrivato in Amazzonia per lavoro, poi sono entrato nel seminario di Manaus e diventato prete della diocesi di Roraima. Sono stato per 9 anni anche predecessore di voi padovani, come parroco di Caracaraí, che ha un territorio inmenso. Fui il pioniere della evangelizzazione riberiña in quella zona, in cui prima di me nessuno andava. Dopo di me sono arrivati dieci missionari brasiliani, ma in dieci hanno faticato a fare quello che facevo io da solo.
Ora sono a Pacaraima da nove anni, però sono molto provato da questo eccezionale flusso di migranti. Sono stressato. Ogni mattina mi sveglio alle 4am per preparare il caffè fraterno, per controllare che ci siano i volontari che lo preparano e gli alimenti sufficienti.
Sono la persona più odiata del paese, perché aiuto i migranti. Qui c’è una terribile xenofobia, la gente è stanca per la situazione. Ci sono molti furti, ci sono stati dodici omicidi in quasi due anni, e sono tanti in un piccolo paese di duemila abitanti.
Però questi emigranti venezuelani non hanno nulla, ed io come sacerdote, Cristiano, uomo e loro fratello, non posso ignorarli! Come parrocchia facciamo (solo) questo: prepariamo ed offriamo mille frugali colazioni al giorno. É una sfida impegnativa, massacrante, perché lo preparariamo tutte le mattine, da più di un anno, senza sosta. Però molti venezuelani mi dicono che per loro in molte giornate questo è l’unico pasto assicurato.
Ogni mattina mi aiutano quindici volontari: alle 4am arrivano per scaldare latte e caffè, alle 5am si apre la porta, dalle 545 alle 615 arrivano tantissime persone, e le si serve senza sosta, alle 7 quando finiscono pane e caffelatte si chiude la porta.
Non ci sono altre organizzazioni umanitarie che aiutino, né chiese protestanti che offrano il pranzo o la cena. Qui a Pacaraima ci sono circa quaranta chiese evangeliche diverse, ma nessuna collabora o aiuta i migranti. Non ricevo nulla dal governo, né dal municipio. Latte, frutta e pane me li offrono l’esercito. Altri alimenti li ricevo stranamente dai Mormoni. Ma non parlatemi di organizzazioni governative. Questi alimenti arrivano dall’ONU, che consegna soldi all’esercito per comprare alimenti per essere distribuiti. C’è sempre corruzione, arriva il 60% o 40% di quello che viene consegnato. Abbiamo preparato anche borse con alimenti solo per emergenze, in una settimana ne diamo 700. Ogni borsa vale circa 25 reais, cioè 7 euro.
Però ho 77 anni ed ho chiesto al vescovo di andare in pensione, perché ne ho diritto. Lui invece mi ha augurato tanta salute e mi ha chiesto di rimanere ancora un po’, anche per questa situazione di emergenza che evidentemente gestisco bene, per quanto possibile. In luglio comunque arriveranno due sacerdoti ad aiutarmi, un brasiliano ed un messicano, giacché è necessario conoscere le due lingue in questo territorio di frontiera.
In questo momento bussano alla porta e padre Jesús si avvicina: sono le 1215. Una giovane coppia con un bambino chiede qualcosa da mangiare. Vengono da Barquisimeto, sono in viaggio da tre giorni. Al marito era stato promesso un lavoro però, quando è arrivato, il suo posto era già stato occupato. Il sacerdote consegna loro una sporta di alimenti. Mi chiedono se conosco qualche impresa che ha bisogno di lavoratori, ma dico che non sono di qui.
In Venezuela non c’è lavoro. Qui al di là del confine un lavoratore viene pagato per 8 ore di lavoro 10 reais, cioè 3 dollari! Sí, c’è lavoro, ma questo è sfruttamento.
Ci sono venezuelani papà che istruiscono le figlie alla prostituzione, indicando bene che chiedano esattamente tanti soldi per i vari tipi di servizio che le chiedono.
Dopo questo colloquio ed il pranzo con il parroco, nel pomeriggio con un taxi andiamo in Venezuela, nella prima piccola cittadina di Santa Helena de Uiarén.
Andiamo per visitare la bella Cattedrale e per tastare il clima. In cattedrale ci sono le confessioni dei Cresimandi con due preti. Mentre mostro il mio carnet sacerdotale, mi offro per aiutarli a confessare, in cambio di una breve chiacchierata. Il sacerdote accetta, dicendo che ne sarà felice anche il vescovo, che é l’altro confessore. Così dopo un’ora di confessioni, davanti a un buon caffè, rispondono alle mie domande sulla realtà territoriale e sulla difficile situazione di oggi.
La piccola diocesi di Santa Helena ha solo quattro preti, però ha sei vastissime parrocchie, tre delle quali completamente indigene e raggiungibili solo in aeroplano. Fino a un anno fa, prima di cominciare l’iniziativa del caffè fraterno per gli emigranti venezuelani, anche padre Jesús dedicava tre giorni al mese per celebrare la messa in una delle tre. A detta di lui, era un vero Paradiso, completamente immerso nella natura, in più la gente era molto carina ed affezionata. Ha molta nostalgia di quel posto.
Dopo il caffè, siamo preoccupati per il taxi di ritorno, ma il vescovo dice che ci riaccompagna volentieri lui in Brasile, così potrà salutare il padre Jesús. Durante il viaggio, mi prega di informare il vescovo di Padova che ha bisogno di sacerdoti per la sua diocesi. Sarà almeno il settimo vescovo, incontrato durante il mio viaggio, che mi fa questa stessa richiesta.
Il mattino successivo, Raul ed io promettiamo al padre Jesús di collaborare per la distribuzione del caffè fraterno. Già alle 4am ci svegliano le donne, volontarie venezuelane, che preparano il caffelatte nei pentoloni. Alle 4h40 arriviamo anche noi a disposizione assieme ai quindici volontari venezuelani (nessun cattolico della parrocchia aiuta il sacerdote in questo servizio, appoggiato dai vescovi e apprezzato da radio, televisioni, giornali). Alle 5 in punto si aprono le porte di un salone dove ci sono 5 grandi tavoli per un totale di cento posti a sedere. Entrano persone che certamente non hanno dormito in un letto durante la notte. Si siedono, bevono in circa cinque minuti il caffelatte con un pane, portano la tazza sporca al lavabo ed escono, liberando il posto per il successivo ospite. Mentre alle 5 entrano quasi singolarmente, alle 6 il salone é pieno e fuori c’è la coda. Noi servitori dobbiamo essere molto veloci: appena uno libera il posto, mettere il piatto e la scodella di plastica, versare il caffelatte e mettere il pane. Dalle 6 il ritmo é così sostenuto che quando arrivo con piatto e scodella, già una persona é seduta in attesa. Quasi nessuno parla, solo dicono Buenos días e Gracias. Poche parole scambiate tra loro e sottovoce. Sono tutti distrutti da vari giorni di cammino in Venezuela per arrivare al confine. Ed ora sono senza casa, senza lavoro, senza mangiare, senza conoscenti, senza amici e mal visti.
Ti si stringe il cuore quando, assieme agli adulti, entrano i bambini. Ci sono piccoli tavolini, seggioline e scodelline proprio per loro. Molti sono scalzi. Anch’essi si siedono e mangiano in silenzio. Chiedo di fotografarli, faccio il burlone, sorridono un po’: però li aspetta una giornata dura coi loro genitori, alla ricerca di lavoro, alimenti, casa.
Alle 6h40 finisce il pane, dopo dieci minuti anche il caffelatte. Si chiude la porta, qualcuno resta fuori. Si é fatto quello che era possibile: solo mille panini, solo mille scodelle di caffelatte offerti in quasi due ore. Ogni mattina, cominciando a scaldare pentoloni dalle 4h fino alle 7h. Ogni mattina da più di un anno. Padre Jesús ha 77 anni ed è stanco, preoccupato ogni giorno che non manchino latte pane e caffè, per garantire una piccola colazione a chi in quel momento non ha nulla.

33502407_2222020748009388_2514232962694774784_n 33613858_2222020784676051_282544561006313472_n 33597390_2222020831342713_5773142456275042304_n 33768997_2222020861342710_2409690576787079168_n 33696528_2222020904676039_2354563039455346688_n 33435283_2222020941342702_7691263043803545600_n 33720357_2222020971342699_2710983687947681792_n 33601913_2222021004676029_7783112242278432768_n 33622132_2222021041342692_4713423597417267200_n 33748804_2222021061342690_2469241698505457664_n 33614923_2222021098009353_8456209939130482688_n 33614513_2222021128009350_4184910038940254208_n 33575983_2222021221342674_6453214965267431424_n 33678435_2222021288009334_534335944992489472_n 33675274_2222021324675997_5149065360065953792_n 33647279_2222021398009323_4032857034041851904_n 33540612_2222021438009319_4261889420686262272_n 33768355_2222021468009316_3410042215836155904_n 33522853_2222021514675978_5657508686692614144_n 33540572_2222021558009307_2505846085566595072_n 33663892_2222021604675969_6506898384270393344_n 33716209_2222021664675963_5270449128785051648_n 33624347_2222021714675958_3048693990019825664_n 33553582_2222021774675952_5893868472227594240_n 33656466_2222021831342613_497517449516679168_n 33765878_2222021888009274_1858510543153790976_n 33647267_2222021918009271_8043732597261467648_n 33642796_2222021964675933_153203055406350336_n 33615826_2222022008009262_8396318467023699968_n 33553627_2222022051342591_7278260822571220992_n

+8 Pacaraima, frontera Brasil-Venezuela

Los amigos misioneros me aconsejan, además de visitar Boavista, aprovechar lo que está sucediendo en la frontera entre Brasil y el Amazonas: todos sabemos cómo el presidente Maduro está destruyendo este país y obliga a los venezolanos que están literalmente hambrientos a buscar comida en ‘en el extranjero. Ya he conocido y ayudado a venezolanos que han emigrado a Durán en Ecuador, a otros en Lima e Iquitos en Perú. Pero no son comparables con la situación fronteriza que se ve aquí en Pacaraima.
Nos recibirá el párroco, el padre Jesús, de nacionalidad española, diocesano de Roraima, un sacerdote conocido por Don Lucio y Don Benedetto.
A nuestra llegada en autobús (viajo junto con Raúl, un ingeniero misionero con sede en Turín en África, que está en Sudamérica por trabajo y vacaciones), el Padre Jesús nos ofrece un café de bienvenida y luego nos lleva a almorzar. Mientras tanto, él nos muestra toda esta realidad fronteriza. Cito sus palabras y su testimonio:
Todos los días preparamos mil desayunos para los venezolanos que pasan por aquí. También estamos construyendo viviendas de emergencia. Todos los domingos celebro una mesa en español para los venezolanos, y la iglesia se llena.
La gente en Venezuela está muriendo de hambre, así que cruza la frontera. Vienen de todas las provincias de Venezuela. No encuentran nada para comer, y si cuesta tanto no pueden comprar.
Nací en Marruecos, cuando la mitad de Marruecos pertenecía a España. Soy ingeniero y llegué a Amazonia para trabajar, luego entré al seminario de Manaos y me hice sacerdote de la diócesis de Roraima. Durante 9 años también fui el predecesor de usted Padua, como párroco de Caracaraí, que tiene un territorio inmenso. Fui el pionero de la evangelización rebelde en esa área, donde nadie fue antes que yo. Diez misioneros brasileños llegaron después de mí, pero en diez lucharon para hacer lo que yo hice solo.
Ahora he estado en Pacaraima durante los últimos nueve años, pero tengo mucha experiencia con este flujo excepcional de migrantes. Estoy estresado Todas las mañanas me levanto a las 4 de la mañana para preparar un café fraterno, para verificar que haya voluntarios que lo preparen y suficiente comida.
Soy la persona más odiada en el país porque ayudo a los inmigrantes. Aquí hay una xenofobia terrible, la gente está cansada de la situación. Hay muchos robos, ha habido doce asesinatos en casi dos años, y hay muchos en un pequeño país de dos mil habitantes.
Pero estos emigrantes venezolanos no tienen nada, y yo, como sacerdote, cristiano, hombre y hermano, ¡no puedo ignorarlos! Como parroquia nosotros (solo) hacemos esto: preparamos y ofrecemos mil desayunos frugal al día. Es un desafío desafiante y agotador, porque lo hemos estado preparando todas las mañanas durante más de un año, sin parar. Pero muchos venezolanos me dicen que para ellos en muchos días esta es la única comida garantizada.
Todas las mañanas, quince voluntarios me ayudan: a las 4 a.m. llegan a calentar leche y café, a las 5 a.m. se abre la puerta, de 545 a 615 llega mucha gente y se sirve sin interrupción, a las 7 en punto cuando el pan y el café están cerrados la puerta se cierra.
No hay otras organizaciones humanitarias para ayudar, ni iglesias protestantes que ofrecen almuerzos o cenas. Aquí en Pacaraima hay alrededor de cuarenta iglesias evangélicas diferentes, pero ninguna colabora ni ayuda a los migrantes. No recibo nada del gobierno, ni del ayuntamiento. El ejército me ofrece leche, fruta y pan. Otros alimentos que recibo extrañamente de los mormones. Pero no me hable de las organizaciones gubernamentales. Estos alimentos provienen de la ONU, que entrega dinero al ejército para comprar alimentos para su distribución. Siempre hay corrupción, llega el 60% o 40% de lo que se entrega. También hemos preparado bolsas con alimentos solo para emergencias, en una semana damos 700. Cada bolsa vale aproximadamente 25 reales, es decir, 7 euros.
Pero tengo 77 años y le pedí al obispo que se retirara, porque tengo el derecho. Él, sin embargo, me deseó tanta salud y me pidió que me quedara un poco más, incluso para esta situación de emergencia que obviamente manejo bien, en la medida de lo posible. En julio, sin embargo, vendrán dos sacerdotes para ayudarme, un brasileño y un mexicano, ya que es necesario conocer los dos idiomas en este territorio fronterizo.
En este momento llaman a la puerta y el padre Jesús se acerca: es 1215. Una joven pareja con un niño pide algo para comer. Vienen de Barquisimeto, he estado viajando durante tres días. A su marido le habían prometido un trabajo, pero cuando llegó, su lugar ya estaba ocupado. El sacerdote les da una canasta de comida. Me preguntan si conozco alguna compañía que necesita trabajadores, pero les digo que no soy de aquí.
No hay trabajo en Venezuela Aquí, más allá de la frontera, un trabajador recibe 8 horas de trabajo por 10 reales, es decir 3 dólares. Sí, hay trabajo, pero esto es explotación.
Hay papás venezolanos que instruyen a sus hijas a prostituirse, lo que indica que piden tanto dinero por los diversos tipos de servicio que piden.
Luego de esta conversación y almuerzo con el párroco, por la tarde con un taxi iremos a Venezuela, en el primer pueblo pequeño de Santa Helena de Uiarén.
Vamos a visitar la hermosa Catedral y a sentir el clima. En la catedral están las confesiones de los Cresimandi con dos sacerdotes. Mientras le muestro mi libro sacerdotal, me ofrezco para ayudarlos a confesar, a cambio de una breve charla. El sacerdote acepta, diciendo que el obispo, que es el otro confesor, también será feliz. Entonces, después de una hora de confesiones, frente a un buen café, responden a mis preguntas sobre la realidad territorial y la difícil situación de hoy.
La pequeña diócesis de Santa Helena tiene solo cuatro sacerdotes, pero tiene seis parroquias muy grandes, tres de las cuales son completamente indígenas y solo se puede llegar por avión. Hasta hace un año, antes de iniciar la iniciativa del café fraterno para los emigrantes venezolanos, el padre Jesús también dedicó tres días al mes a celebrar la misa en uno de los tres. Según él, era un verdadero paraíso, completamente inmerso en la naturaleza, además de que la gente era muy agradable y afectuosa. Él tiene mucha nostalgia por ese lugar.
Después del café, nos preocupa el taxi de regreso, pero el obispo dice que nos acompaña de buen grado de regreso a Brasil, para que pueda saludar a su padre Jesús. Durante el viaje, informe al obispo de Padua que necesita sacerdotes para su diócesis. Será al menos el séptimo obispo, conocido durante mi viaje, que me hace la misma petición.
A la mañana siguiente, Raúl y yo le prometemos a nuestro padre Jesús que colabore en la distribución del café fraterno. Ya a las 4 am despertamos a las mujeres, voluntarias venezolanas, que preparan el caffelatte en las ollas. A las 4h40 también llegamos a la disposición junto con los quince voluntarios venezolanos (ninguna parroquia católica ayuda al sacerdote en este servicio, apoyada por los obispos y apreciada por la radio, la televisión, los periódicos). A las 5 en punto abra las puertas de una sala de estar donde hay 5 mesas grandes para un total de cien asientos. Ingrese personas que ciertamente no duermen en la cama por la noche. Se sientan, beben el café con pan en unos cinco minutos, llevan la taza sucia al fregadero y salen, liberando el lugar para el próximo invitado. Mientras que a las 5 en punto entran casi singularmente, a las 6 en punto el salón está lleno y afuera está la cola. Los sirvientes debemos ser muy rápidos: tan pronto como uno libere el lugar, coloque el plato y el recipiente de plástico, vierta el café y coloque el pan. Desde las 6 am, el ritmo es tan fuerte que cuando llego con un plato y un cuenco, una persona ya está esperando. Casi nadie habla, solo dice Buenos días y Gracias. Algunas palabras intercambiadas entre ellos y en un susurro. Todos ellos son destruidos por varios días de caminata en Venezuela para llegar a la frontera. Y ahora estoy sin hogar, sin trabajo, sin comer, sin conocidos, sin amigos y mal visto.
Su corazón se tensa cuando los niños entran junto con los adultos. Hay pequeñas mesas, sillas y cuencos solo para ellos. Muchos están descalzos. Ellos también se sientan y comen en silencio. Pido fotografiarlos, soy bromista, ellos sonríen un poco: pero esperan un día duro con sus padres, en busca de trabajo, comida, hogar.
A las 6h40 el pan termina, después de diez minutos también el caffelatte. Cierras la puerta, alguien se queda fuera. Se hizo lo que era posible: solo mil panecillos, solo mil tazas de caffelatte ofrecidas en casi dos horas. Todas las mañanas, comenzando a calentar ollas de 4h a 7h. Cada mañana por más de un año. El padre Jesús tiene 77 años y está cansado, preocupado cada día por la falta de leche, pan y café, para garantizar un pequeño desayuno a los que en ese momento no tienen nada.

Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close