La meta del mio pellegrinaggio

Sono arrivato nel luogo dove don Ruggero, sacerdote di Padova ed amico, ha donato la sua vita. Nel cuore ho tante emozioni, ma preferisco tacere ed ascoltare.

TESTIMONIANZE RACCOLTE A TEFÉ, A COARÍ E SOPRATTUTTO A MANAUS

1. Testimonianza di SUOR BARBARA, religiosa Polacca, in servizio a TEFÉ

Barbara Purgal, polacca di un paesino vicino a Cracovia, è una delle 4 religiose francescane missionarie di Maria, che hanno lavorato con don Ruggero. La incontro nel mio passaggio per la cittá di Tefé, a 3 giorni di barca da Manaus. Adesso lavora in un ufficio diocesano di questa piccola cittá fluviale, nell area di coordinamento pastorale. Raccolgo la sua testimonianza:
Assieme a don Ruggero, anche noi suore lavoravamo nell’area missionaria Cuore Immacolato di Maria, era l’ultima area urbana prima della zona rurale. Era quindi una zona periferica, molto povera. Sottolineo subito che lui voleva conoscere tutta la zona, e per questo spesso prendeva la sua moto e partiva. Con tanto fango e tante buche. Era infiatti difficile arrivare con un auto.
Padre Ruggero era grande missionario. Santa Etelvina, cosí si chiamava il quartiere nel quale c era la chiesa del Cuore Immacolato di Maria e vicina la casa parroquiale dove abitava con l’altro sacerdote ed il diacono, era una zona urbana, peró don Ruggero in particolare aveva preso la iniziativa di seguire anche parte della zona rurale, oltre la cittá, passando la barriera della polizia.
Lui organizzava le visite nella zona rurale, invitava noi suore ed altri volontari della area pastorale ad andarci con lui nei fine settimana, organizzando trasporti, pasti, contattando le famiglie dove potevamo dormire.
Ci aiutó molto a conoscere queste nuove realtà, molte nuove famiglie: non solo a conoscere, ma a stare lí assieme ai piú poveri.
Dopo la sua morte, anche se i preti e noi suore presto dovemmo cambiare parrocchia, i laici che andavano con lui e noi scelsero di continuare il suo sogno, continuarono ad evangelizzare questa zona di estrema periferia.
Padre Ruggero si fermava in queste case per alcune ore, soprattutto in occasione di anniversari, feste, per stare con loro, cantando, giocando, guardando film.
Non si sentiva inviato per lavorare con la gente, ma per stare con loro, animare.
Anche con noi suore veniva a mangiare, stare con noi, o ci invitava da lui per riunioni organizzative e poi preparava per tutti da mangiare.
Ruggero arrivó assieme a noi nell’area missionaria, e si fermò un anno e mezzo.
Lo visitavano vari sacerdoti italiani, era molto di compagnia, aveva con sé anche seminaristi per il fine settimana.
Quando lo uccisero, io ero in ferie in Polonia. Non sapevo niente.
Rimasi senza parole. Il suo corpo era ancora in Brasile, ma non lo si poteva vedere. Mi chiedevo: Perché? Perché viene ucciso un uomo che poteva fare moltissime cose? Quante persone ricordavano le sue visite! Per me, all’inizio fu un grande shock, e lo superai ritornando in quella lontana periferia, andando a trovare le sue amicizie. Ci davano forza.
Però rimane la mia domanda: perché. La farò a Dio quando morirò.
Un sacerdote aveva fondato una casa di recupero per tossicodipendenti, per lo meno era un tentativo: si chiamava Fazenda da Esperanza. Anche don Ruggero spesso lavorava lì.
Tolse vari giovani dalla droga, fu forse questo ad infastidire i signori della droga.
Qualche giorno prima della morte, Ruggero organizzó una camminata per la pace, con un gruppo non grande di giovani. Ormai don Ruggero conosceva le zone in cui si vende droga, in veritá moltissimi, quasi tutti li conoscono, anche la stessa polizia. Peró in quei giorni don Ruggero era diverso, sembrava che presentisse qualcosa. Un amico, in quella ultima settimana, gli chiese se poteva accompagnarlo, e gli rispose: Non è molto prudente oggi venire con me.
Anche padre Stefano fu minacciato. E se ne andó di corsa dell’Amazzonia.
Che cosa possiamo fare? Non puoi fare niente contro la droga!
Quel 19 settembre del 2009, alle 7 del mattino, padre Sandro del Pernambuco, si stava facendo la doccia, e il diacono Benevaldo lo trovò morto. Aveva cambiato la casa, l aveva allargata. Adesso sono ritornati in Pernambuco. Padre Sandro mi raccontó che i primi giorni dopo la morte faceva fatica a prendere sonno, finché un giorno sognó don Ruggero vestito di bianco, sorridente e felice, praticamente in paradiso. Gli chiese preoccupato: Ma, Ruggero, chi ti ha ucciso? forse uno dei giovani che tu hai aiutato? E lui risponde: Ma dai! Non ti preoccupare! A chi giova saperlo? A nessuno! E poi io ora sto benissimo! Era proprio il don Ruggero che tutti abbiamo conosciuto per rispondere così!

2. Testimonianza di PADRE ANDERSON PINTO REMELOS, 2 anni di sacerdozio, ora párroco di Japurá, diocesi di Tefé

Io nel 2008, quando ero seminarista nel seminario di Manaus. Ho conosciuto don Ruggero, perché destinato all’area missionaria Santa Elena, coi padri Ricardo e Lorenzo, e poi Stefano. Alla domenica veniva al pranzo anche don Ruggero e cosí si stava assieme.
Piú di una domenica fui anche alla casa di don Ruggero, perché si alternavano i pranzi. Gli piaceva stare assieme, stare in comunione.
Aveva un carattere calmo, con una spiritualità centrata, era per alcuni giovani un direttore spirituale. Giovedì e venerdì passava i pomeriggi in seminario, parlando e ascoltando i seminaristi.
Gli piaceva molto andare in moto, per partecipare a momenti importanti, anniversari, compleanni, feste.
Ho pianto quando ho saputo del suo assassinio. Molta gente di tutta Manaus partecipò al funerale, anzi lo vegliava, e fu anche a vederlo. Il funerale si celebró in un campo sportivo, perché non sarebbe stato possibile in nessuna chiesa. Tutti erano commossi e in pianto. Tutta la città era in lutto, perché era molto conosciuto. Anche tutti i sacerdoti lo stimavano.
Aveva la barba e la pancetta, era un po’ gordo. Gli piaceva mangiare. Grande uomo, integro, onesto.
Fu minacciato, anche assaltato. Il motivo della sua morte non è chiarissimo, ma sicuramente é in relazione con la droga.

3. Testimonianza di PADRE ANTONIO DE MELO, diocesi di Coarí

Ho lavorato a Manaus negli anni 2006-09.
Ero párroco a Santa Lucía, nel barrio Machínha. Don Ruggero lavorava nella città e nelle comunità, nelle strade, nelle comunità fuori.
la sua morte fu uno shock per tutti.
Lui si relazionava con tutti, era molto comunicativo.
Era molto conosciuto a Manaus, c’erano persone che portavano la camicia con la sua immagine dopo la sua morte.

4. Testimonianza di PADRE RUBSON VILLHENA, párroco dell área missionaria Santa Helena (dove per molti anni abitarono i preti diocesani di Treviso)

I lunedì i preti si incontravano per giocare fútbol e piscina. Ruggero c’era sempre. Io ero vice rettore del seminario e Ruggero mi aiutava. Lo avevo invitato a dare un ritiro ai seminaristi, ma non ne ha avuto il tempo, perché é morto. Don Ruggero era molto preoccupato della organizzazione pastorale dell’area missionaria.
Ho anche un ricordo personale: nel 2008 avevo fatto un incidente, nel quale una persona é morta per mia colpa. Peró dovetti rimanere in ospedale per lungo tempo. Ecco, Ruggero fu molto vicino alla famiglia, lo fece per me, giacché io stavo ancora male. Ruggero mi ha detto che lui stava vicino alla famiglia e non dovevo preoccuparmi.
Piú di una volta, in quanto ero più giovane di lui, Ruggero mi diceva, quasi per scherzo: Juicio (Giudizio!), come dire: Comportati bene!

5. VISITA DEI LUOGHI DI DON RUGGERO, Testimonianza di PATRICIA CABRAO, collaboratrice dell area missionaria, e di MIRCO FRANGO, ex volontario del Gruppone di Treviso, ora sposato a Manaus

In questo momento siamo nella cappella della casa dove vivono i sacerdoti guadalupani della area missionaria Immacolato cuore di Maria, nel barrio di Santa Etelvina. Padre Luis ci accoglie in casa e soprattutto in questa cappella, che é la stanza dove don Ruggero ha donato la sua vita.
Adesso, proprio in questa stanza trasformata in cappella con l Eucaristia, desidero ascoltare la testimonianza di Patricia, collaboratrice di don Ruggero e catechista dell area missionaria, che in quel momento aveva non le attuali 7, ma ben 24 comunità, il cui unico sacerdote era don Ruggero.

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Nel finale del 2007 –dice Patricia- don Ruggero arrivó qui da Pernambuco assieme a Padre Sandro, inviati dalle Chiese del Sud del Brasile per aiutare le chiese del Nord. Ruggero era tra questi. Il 15 gennaio del 2008 don Ruggero fu accolto in questa area missionaria con una messa di ingresso.
Prima di lui i missionari del Pime avevano lavorato per circa 20 anni in questo quartiere tra i più vecchi del Nord di Manaus. Da qui per arrivare al centro della città si doveva comunque passare per la selva, ora invece la città ha inglobato tutto.
Io ero al tempo catechista, con lui diventai ministra della Parola.
Io e Mirco abbiamo avuto un’amicizia diversa con don Ruggero, che per noi é stato amico, padre e papà.
Don Ruggero cominció a restaurare le pastorali, a sistemare le comunità, al tempo stesso visitava le comunità rurali che erano lontane, perché entrassero, fossero coinvolte nella vita pastorale.
Era vicino alle persone, alla loro vita. Se scopriva che alcune famiglie avevano delle difficoltà, li aiutava economica e spiritualmente.
ricordo che c’era una signora con problemi di salute, la portava dal medico, le comprava medicine.
Un’altra famiglia dove tutti erano disoccupati, li aiutó comprando dei prodotti, perché iniziassero un piccolo negozio.
Partecipava sempre alle feste, indipendentemente se lo invitavano o no. Anzi coi volontari le organizzava nella sua stessa casa, ovvero se erano incontri per organizzare la pastorale spesso finivano con una pastasciutta che lui stesso preparava.
Quando é morto, non mi lasciavano vederlo, perché non si poteva. L’ho visto solo in Medicina Legale, già posto nella bara. Osservai che il suo viso era pieno di sangue.
Nell incontro internazionale delle Comunità di base, nel giugno 2009, mi ricordo che ci andai assieme a don Ruggero. C’era un momento culturale, dedicato ai folclori locali, e lui si mescolò con le persone cantando e ballando.
Tutti gli anni organizziamo una camminata per la pace, il 19 settembre, nell’anniversario della sua morte. Sono passati 10 anni dalla sua morte, ed abbiamo organizzato 10 camminate.
Non sappiamo i veri motivi della sua morte, cosa é successo, nessuno dice il motivo. A mio parere qualcuno lo sa, deve sapere ma non lo dice. La Chiesa stessa deve saperlo, ma noi non lo sappiamo.
Non si poteva nemmeno parlare della morte di don Ruggero. Anche padre Stefano continuava a lottare per sapere di più, per conoscere. Cé stato anche un tentativo di infangare don Ruggero dopo la morte. Ma non è stato per rubare. É stato un problema di droga, perché forse lui era troppo in contatto con quel mondo e qualcuno lo ha ritenuto scomodo. Ma non si sa niente di più.
Prima di morire, un mese prima, avevano organizzato una camminata contro la droga. Ruggero, che era tra gli organizzatori, parló con suor Marcia Olivera, dicendo che nel quariere ci sono tanti punti vendita di droga e molti giovani morivano.
Purtroppo non c’è stata una perizia adeguata nel luogo dell’assassinio. Hanno raccolto il corpo velocemente e lo hanno portato via. Chi ha pulito il sangue nella stanza sono stati padre Lorenzo e padre Stefano, che era arrivato da appena tre mesi, nel giugno 2009.

6. Testimonianza di SUOR TERESINHA BARBOSA, della congregazione delle suore francescana missionarie di María (ci invita a pranzo)

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Don Ruggero é arrivato in gennaio 2008, io in luglio 2008: vivevamo vicini, nella stessa casa, ma divisa in due appartamenti, preti e suore. Insieme uscivamo per conoscere l’area missionaria, spesso eravamo in tre: lui, io e un seminarista.
Andavamo nella zona rurale, per le ramais: sono le strade laterali fangose, alle quali si entra dalla principale, cioè quelle dove vivono i più poveri. Andavamo assieme, pregando, incontrando.
Un bell’ aneddoto: gli piaceva stare assieme alla gente, per esempio lavorando la terra, cucinando, era molto aperto. Ricordo che lavoravamo in un terreno dove c’erano molte formiche, ma anche se pizzicavano, lui rimaneva lì.
Lui era un uomo di perdono. Però non di parola, ma perdono concreto. Essendo italiano lui era diretto, alle volte poteva ferire alcune persone. Una donna, che era in lutto, lo aveva chiamato per un malato, però non arrivó in tempo, il malato era morto e la donna era stizzita, non voleva perdonarlo. Lui molto umilmente le chiese perdono e lei si rappacificó.
Quando morí, sábado 19, fu molto duro. Il giorno precedente, venerdì, lo vidi preoccupato. Mi disse: molta gente sta entrando nella mia casa. Non capii cosa voleva dire, ma lui aveva questa percezione, che qualcuno lo cercava. Il venerdì passo per 4 volte nella nostra casa, sempre con vari pretesti, preoccupato, inquieto. Presentiva qualcosa. Disse: Domani é il compleanno di Stefano, andremo a mangiare assieme.
Però il fattaccio capitò alle 7. Mi chiamò padre Sandro. Due nostre suore lo videro nel letto.
per me la sua morte fu encomendada (incaricata da un potente), ma non sappiamo da chi. La sua ultima eucaristia fu nella nostra casa, il venerdí. Io, che viaggiavo con lui, vedevo che aiutava molti giovani nella droga, in difficoltá, dei quali non aveva paura, e affrontava tutti senza pensare le conseguenze. Per me Ruggero venerdì già sapeva qualcosa, ma non poteva o voleva comunicare.
La gente si ricorda di lui. Ogni anno c’è una camminata per ricordarlo. Organizzata dalla Chiesa, per la pace, però contro la droga. Secondo me, fu durante la prima camminata, che anche lui organizzó, e che fu molto partecipata da gente, giovani, persone, circa dieci giorni prima della sua morte, che qualcuno decise che lui doveva essere ucciso. Chi è stato incaricato di ucciderlo, non ha rubato nulla, è entrato solo per uccidere.
Quando andavamo nelle zone rurali, piene di fango, dove c erano le famiglie piú povere, ci diceva: andiamo ad accattivare le persone (a cautivar: in portoghese e spagnolo suona molto meglio), non preoccupiamoci della pastorale, prima andiamo nelle case. In quei quartieri piccoli, dove la gente si conosce tutta, la gente era molto divisa: lui cominciò ad unire, andando verso di loro.

7. Testimonianza di RAIMUNDA MATOS, della comunitá rurale di Sao Joao Bautista (ci offre succo di cupuaçu)

Padre Ruggero veniva qui nella mia casa molto spesso. Ci ha onorato particolarmente quando ha celebrato e poi in casa nostra ha partecipato alla festa dei 15 anni di mia figlia (una festa particolarmente sentita anche in Ecuador e penso in tutta America Latina). Don Ruggero non veniva solo a celebrare, ma condivideva, rimaneva qui. Non come altri preti che invece celebrano e fuggono.
Qui fu proprio lui che cominciò la costruzione della nostra Chiesa, dal nulla. Anzi c’era una chiesetta di legno, attorno a quella lui cominció a costruire la attuale Chiesa, dentro quella piccola di legno e fuori quella di mattoni, un po come la Porziuncola. Padre Sandro, dopo la sua morte, terminó la costruzione della Chiesa.

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Lui trovava sempre il tempo per le persone, non aveva fretta. Lui era presente nella vita delle persone.
Com’era possibile se aveva 5 comunità urbane, che erano come parrocchie? e altre 19 rurali, come questa? (dopo dieci anni il suo territorio pastorale si è ingrandito ed ora ci sono circa 60 comunitá urbane, ripartite in 3 aree missionarie).
Quando lui veniva qui, non faceva altre cose, non prendeva altri impegni, si dedicava a noi.
Durante il funerale, che fu celebrato in un campo sportivo, c’erano circa 3500 persone, e non erano venuti per curiositá: tutti avevano avuto un momento di relazione con padre Ruggero, non necessariamente lungo, ma importante, intenso, particolare.
Curiosità: nel suo zaino si portava la moka, per offrire in qualche famiglia, a sorpresa e se era il caso, il caffè italiano.
Nella mia casa, quando veniva, diceva: Cosa facciamo? E cucinava, scopava, tagliava verdura, lavava i piatti. Era in casa d’altri, ma si sentiva in casa.
Mia figlia Leandra aveva 15 anni e don Ruggero la chiamava Indigena. E la stimolava, la stressava, perché era timida, e la invitava a diventare catechista, ma lei sempre si tirava indietro. Oggi lei è catechista.
Don Ruggero dedicava il sabato come giorno di visita delle nostre comunità rurali lungo la strada BR 174, che portava al confine con il Venezuela. Talvolta veniva il venerdì sera e dormiva qui o in qualche altra famiglia, per condividere la vita. Preferiva andare in moto, perché c’era molto fango, e quando ripartiva era tutto infangato, ma diceva che subito si faceva la doccia ed era pronto per la messa vespertina. Per me e per molti era una persona indimenticabile.

8. Testimonianza dei PADRI JOSÉ E JOSEVALDO, originari dello stato di Bahía, sacerdoti fideidonum della diócesi di Feira de Santa Ana, collaborano in questa area pastorale della arcidiocesi di Manaus dal 2012 (ci offrono succo di abacaxi con menta)

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Io sono arrivato 3 anni dopo la sua morte. Qui la cittá è cresciuta moltissimo, allora il ricordo di lui si perde, mentre molto più le persone della zona rurale si ricordano di lui. Don Ruggero infatti ci andava molto spesso.
C’era la famiglia Carneiro, che perse un figlio, e mi hanno riferito che don Ruggero li aiutó in un momento di difficoltà. La gente ricorda la serenità con cui lui trattava tutti.
Adesso noi abbiamo ereditato un’area missionaria diversa, che é un terzo di quella di don Ruggero: ora a fine anno avremo un’area missionaria di 23 comunità, che è l area missionaria di San Joao XXIII (consta di 23 comunità urbane + le comunitá nella zona rurale vicino alla strada BR 174). Noi facciamo conto che in totale siano circa 110 mila abitanti. Per esempio, nelle sole due comunità Sagrada Familia e Santa Clara, dove vivono le suore francescane dove abbiamo appena pranzato, che si trovano nel quartiere Viver Melhor, vivono circa 55 mila persone.
Per riassumere, quando c’era don Ruggero le comunità in totale erano 24, e le tre aree missionarie erano un’unica area missionaria, chiamata Immacolato Cuore di Maria. Ora le aree missionarie sono diventate tre:
1. San Joao XXIII (la nostra, con 23 comunitá urbane + le circa 20 comunitá della zona rurale BR 174)
2. Santissimo Redentore (25 comunità)
3. Immacolato Cuore di Maria (7 comunità) Per la veritá, operare la divisione tra queste aree pastorali non é stato facile, perché mantenere le strutture é difficile.

9. Testimonianza di AUZEMIRA SANTOS, coordinatrice della comunitá Immacolato Cuore di Maria

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Questa é la chiesa dove don Ruggero celebrava ogni domenica, a dire il vero è una delle tante cappelle, ma è la più vicina alla canonica e poi essendo piú ampia vi celebrava ogni domenica.
I vari gruppi di pastorale (in particolare i catechisti) stavano entrando in crisi, così don Ruggero ha deciso di fare un incontro con tutti, catechisti e collaboratori. Don Ruggero ha visto che alcuni mancavano, e divenne triste per questo. Per rispetto ai presenti, tenne l’incontro dando messaggi positivi anche agli assenti. É riuscito a trasformare le persone ad andare avanti, anche se erano in un momento di difficoltà. Ha sentito le risonanze di tutti, per capire di ogni persona qual era il suo spirito, la sua disposizione e buona volontà. Io ero coordinatrice della comunità e sentii che ci aveva unito. Lui mi chiamava, mi telefonava, teneva i contatti, voleva sapere come la pensavo, la mia opinione, non voleva perdere la mia collaborazione. Io mi sentivo valorizzata, e come faceva con me lo faceva anche con altri. Lui ci credeva molto alla COMUNITÀ.
Nelle prediche diceva che era importante vedere cosa c’era di buono in ogni persona. Addirittura ricordo che lui ci insegnava ad avere rispetto di tutti, per esempio non criticare chi è passato di qua prima di lui, preti e seminaristi.

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