27 maggio 2018

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+8 Pacaraima

Alle 4 di mattina ci siamo alzati per aiutare a distribuire il caffè fraterno a mille venezuelani. Oggi ci aspettano 400 km di viaggio per ritornare da Pacaraima a Caracaraí. Quindi decidiamo di congedarci da padre Jesús, ma ci chiede se prima vogliamo vedere l’alloggio dei rifugiati. Non é un’ iniziativa sostenuta dalla parrocchia (non ne avrebbe le forze), ma da alcune fondazioni governative e non. C’è però un limite: non é accessibile a tutti i venezuelani, ma solo a quelli che abitano nella foresta, cioè gli indigeni. Padre Jesús mi manifesta il suo disappunto, perché ritiene che i venezuelani che vengono dalle province lontane sono molti più stanchi e bisognosi. Ma lui non può cambiare questa decisione politica. Oltretutto alcuni indigeni gli hanno confidato: Prima noi vivevano nell’inferno (la foresta), ora siamo in Paradiso (l’alloggio dei rifugiati), perché non facciamo nulla e riceviamo tutto!
Padre Jesús e la parroquia hanno trovato però il modo di aiutare anche gli indigeni. Non essendo stata ancora prevista l’istruzione per i bambini, ogni mattina i bambini vengono accompagnati da alcune maestre nei locali della parrocchia per fare un po’ di scuola, un po’ in spagnolo, un po’ in portoghese. I bambini saranno segnati per tutta la vita da questa esperienza, nel male e nel bene, perché soffrono ma anche imparano molto. Però è giusto che succeda questo?

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+8 Pacaraima

A las 4 a. M. Nos levantamos para ayudar a distribuir café fraterno a mil venezolanos. Hoy tenemos 400 km de recorrido para regresar de Pacaraima a Caracaraí. Entonces decidimos despedirnos del Padre Jesús, pero él nos pregunta si queremos ver a los refugiados primero. No es una iniciativa apoyada por la parroquia (no tendría la fuerza), sino por algunas fundaciones gubernamentales y no. Pero hay un límite: no es accesible para todos los venezolanos, sino solo para aquellos que viven en el bosque, es decir, los nativos. El padre Jesús me muestra su desilusión, porque cree que los venezolanos que vienen de las provincias lejanas están mucho más cansados ​​y necesitados. Pero él no puede cambiar esta decisión política. Sobre todo, algunos nativos le han dicho: Primero vivimos en el infierno (el bosque), ahora estamos en el paraíso (la vivienda del refugio), ¡porque no hacemos nada y recibimos todo!
El padre Jesús y la parroquia también han encontrado la manera de ayudar a los nativos. Dado que la educación de los niños aún no se ha planificado, todas las mañanas los niños son acompañados por algunos maestros en las instalaciones de la parroquia para hacer un poco de escuela, un poco en español, un poco en portugués. Los niños serán marcados de por vida por esta experiencia, en el mal y en el bien, porque sufren pero también aprenden mucho. ¿Pero es correcto que esto suceda?

Gli amici missionari mi consigliano, oltre che visitare Boavista, di approfittare per conoscere anche quello che sta capitando al confine tra Brasile ed Amazzonia: conosciamo tutti come il presidente Maduro sta distruggendo questo paese e costringe i venezuelani che fanno letteralmente la fame a cercare cibo all’estero. Ho già conosciuto ed aiutato venezuelani emigrati a Durán in Ecuador, altri a Lima e a Iquitos in Perú. Ma non sono comparabili con la situazione di frontiera vista qui a Pacaraima.
Saremo ospitati dal parroco padre Jesús, di nazionalità spagnola, diocesano di Roraima, prete conosciuto da don Lucio e don Benedetto.
Al nostro arrivo in bus (viaggio assieme a Raúl, ingegnere torinese missionario in Africa, che si trova in Sudamerica per lavoro e vacanza), padre Jesús ci offre un caffè di benvenuto e poi ci porta a pranzo. Intanto ci illustra tutta questa realtà di frontiera. Cito le sue parole e la sua testimonianza:
Ogni giorno prepariamo mille colazioni per i venezuelani che passano da qui. Stiamo costruendo anche degli alloggi per le emergenze. Ogni domenica celebro una mesa in spagnolo per i venezuelani, e la chiesa di riempie.
La gente in Venezuela muore di fame, per questo attraversa il confine. Vengono da tutte le province del Venezuela. Non trovano da mangiare, e se c’è costa tantissimo che non riescono a comprare.
Io sono nato in Marocco, quando metà del Marocco apparteneva alla Spagna. Sono ingegnere e sono arrivato in Amazzonia per lavoro, poi sono entrato nel seminario di Manaus e diventato prete della diocesi di Roraima. Sono stato per 9 anni anche predecessore di voi padovani, come parroco di Caracaraí, che ha un territorio inmenso. Fui il pioniere della evangelizzazione riberiña in quella zona, in cui prima di me nessuno andava. Dopo di me sono arrivati dieci missionari brasiliani, ma in dieci hanno faticato a fare quello che facevo io da solo.
Ora sono a Pacaraima da nove anni, però sono molto provato da questo eccezionale flusso di migranti. Sono stressato. Ogni mattina mi sveglio alle 4am per preparare il caffè fraterno, per controllare che ci siano i volontari che lo preparano e gli alimenti sufficienti.
Sono la persona più odiata del paese, perché aiuto i migranti. Qui c’è una terribile xenofobia, la gente è stanca per la situazione. Ci sono molti furti, ci sono stati dodici omicidi in quasi due anni, e sono tanti in un piccolo paese di duemila abitanti.
Però questi emigranti venezuelani non hanno nulla, ed io come sacerdote, Cristiano, uomo e loro fratello, non posso ignorarli! Come parrocchia facciamo (solo) questo: prepariamo ed offriamo mille frugali colazioni al giorno. É una sfida impegnativa, massacrante, perché lo preparariamo tutte le mattine, da più di un anno, senza sosta. Però molti venezuelani mi dicono che per loro in molte giornate questo è l’unico pasto assicurato.
Ogni mattina mi aiutano quindici volontari: alle 4am arrivano per scaldare latte e caffè, alle 5am si apre la porta, dalle 545 alle 615 arrivano tantissime persone, e le si serve senza sosta, alle 7 quando finiscono pane e caffelatte si chiude la porta.
Non ci sono altre organizzazioni umanitarie che aiutino, né chiese protestanti che offrano il pranzo o la cena. Qui a Pacaraima ci sono circa quaranta chiese evangeliche diverse, ma nessuna collabora o aiuta i migranti. Non ricevo nulla dal governo, né dal municipio. Latte, frutta e pane me li offrono l’esercito. Altri alimenti li ricevo stranamente dai Mormoni. Ma non parlatemi di organizzazioni governative. Questi alimenti arrivano dall’ONU, che consegna soldi all’esercito per comprare alimenti per essere distribuiti. C’è sempre corruzione, arriva il 60% o 40% di quello che viene consegnato. Abbiamo preparato anche borse con alimenti solo per emergenze, in una settimana ne diamo 700. Ogni borsa vale circa 25 reais, cioè 7 euro.
Però ho 77 anni ed ho chiesto al vescovo di andare in pensione, perché ne ho diritto. Lui invece mi ha augurato tanta salute e mi ha chiesto di rimanere ancora un po’, anche per questa situazione di emergenza che evidentemente gestisco bene, per quanto possibile. In luglio comunque arriveranno due sacerdoti ad aiutarmi, un brasiliano ed un messicano, giacché è necessario conoscere le due lingue in questo territorio di frontiera.
In questo momento bussano alla porta e padre Jesús si avvicina: sono le 1215. Una giovane coppia con un bambino chiede qualcosa da mangiare. Vengono da Barquisimeto, sono in viaggio da tre giorni. Al marito era stato promesso un lavoro però, quando è arrivato, il suo posto era già stato occupato. Il sacerdote consegna loro una sporta di alimenti. Mi chiedono se conosco qualche impresa che ha bisogno di lavoratori, ma dico che non sono di qui.
In Venezuela non c’è lavoro. Qui al di là del confine un lavoratore viene pagato per 8 ore di lavoro 10 reais, cioè 3 dollari! Sí, c’è lavoro, ma questo è sfruttamento.
Ci sono venezuelani papà che istruiscono le figlie alla prostituzione, indicando bene che chiedano esattamente tanti soldi per i vari tipi di servizio che le chiedono.
Dopo questo colloquio ed il pranzo con il parroco, nel pomeriggio con un taxi andiamo in Venezuela, nella prima piccola cittadina di Santa Helena de Uiarén.
Andiamo per visitare la bella Cattedrale e per tastare il clima. In cattedrale ci sono le confessioni dei Cresimandi con due preti. Mentre mostro il mio carnet sacerdotale, mi offro per aiutarli a confessare, in cambio di una breve chiacchierata. Il sacerdote accetta, dicendo che ne sarà felice anche il vescovo, che é l’altro confessore. Così dopo un’ora di confessioni, davanti a un buon caffè, rispondono alle mie domande sulla realtà territoriale e sulla difficile situazione di oggi.
La piccola diocesi di Santa Helena ha solo quattro preti, però ha sei vastissime parrocchie, tre delle quali completamente indigene e raggiungibili solo in aeroplano. Fino a un anno fa, prima di cominciare l’iniziativa del caffè fraterno per gli emigranti venezuelani, anche padre Jesús dedicava tre giorni al mese per celebrare la messa in una delle tre. A detta di lui, era un vero Paradiso, completamente immerso nella natura, in più la gente era molto carina ed affezionata. Ha molta nostalgia di quel posto.
Dopo il caffè, siamo preoccupati per il taxi di ritorno, ma il vescovo dice che ci riaccompagna volentieri lui in Brasile, così potrà salutare il padre Jesús. Durante il viaggio, mi prega di informare il vescovo di Padova che ha bisogno di sacerdoti per la sua diocesi. Sarà almeno il settimo vescovo, incontrato durante il mio viaggio, che mi fa questa stessa richiesta.
Il mattino successivo, Raul ed io promettiamo al padre Jesús di collaborare per la distribuzione del caffè fraterno. Già alle 4am ci svegliano le donne, volontarie venezuelane, che preparano il caffelatte nei pentoloni. Alle 4h40 arriviamo anche noi a disposizione assieme ai quindici volontari venezuelani (nessun cattolico della parrocchia aiuta il sacerdote in questo servizio, appoggiato dai vescovi e apprezzato da radio, televisioni, giornali). Alle 5 in punto si aprono le porte di un salone dove ci sono 5 grandi tavoli per un totale di cento posti a sedere. Entrano persone che certamente non hanno dormito in un letto durante la notte. Si siedono, bevono in circa cinque minuti il caffelatte con un pane, portano la tazza sporca al lavabo ed escono, liberando il posto per il successivo ospite. Mentre alle 5 entrano quasi singolarmente, alle 6 il salone é pieno e fuori c’è la coda. Noi servitori dobbiamo essere molto veloci: appena uno libera il posto, mettere il piatto e la scodella di plastica, versare il caffelatte e mettere il pane. Dalle 6 il ritmo é così sostenuto che quando arrivo con piatto e scodella, già una persona é seduta in attesa. Quasi nessuno parla, solo dicono Buenos días e Gracias. Poche parole scambiate tra loro e sottovoce. Sono tutti distrutti da vari giorni di cammino in Venezuela per arrivare al confine. Ed ora sono senza casa, senza lavoro, senza mangiare, senza conoscenti, senza amici e mal visti.
Ti si stringe il cuore quando, assieme agli adulti, entrano i bambini. Ci sono piccoli tavolini, seggioline e scodelline proprio per loro. Molti sono scalzi. Anch’essi si siedono e mangiano in silenzio. Chiedo di fotografarli, faccio il burlone, sorridono un po’: però li aspetta una giornata dura coi loro genitori, alla ricerca di lavoro, alimenti, casa.
Alle 6h40 finisce il pane, dopo dieci minuti anche il caffelatte. Si chiude la porta, qualcuno resta fuori. Si é fatto quello che era possibile: solo mille panini, solo mille scodelle di caffelatte offerti in quasi due ore. Ogni mattina, cominciando a scaldare pentoloni dalle 4h fino alle 7h. Ogni mattina da più di un anno. Padre Jesús ha 77 anni ed è stanco, preoccupato ogni giorno che non manchino latte pane e caffè, per garantire una piccola colazione a chi in quel momento non ha nulla.

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+8 Pacaraima, frontera Brasil-Venezuela

Los amigos misioneros me aconsejan, además de visitar Boavista, aprovechar lo que está sucediendo en la frontera entre Brasil y el Amazonas: todos sabemos cómo el presidente Maduro está destruyendo este país y obliga a los venezolanos que están literalmente hambrientos a buscar comida en ‘en el extranjero. Ya he conocido y ayudado a venezolanos que han emigrado a Durán en Ecuador, a otros en Lima e Iquitos en Perú. Pero no son comparables con la situación fronteriza que se ve aquí en Pacaraima.
Nos recibirá el párroco, el padre Jesús, de nacionalidad española, diocesano de Roraima, un sacerdote conocido por Don Lucio y Don Benedetto.
A nuestra llegada en autobús (viajo junto con Raúl, un ingeniero misionero con sede en Turín en África, que está en Sudamérica por trabajo y vacaciones), el Padre Jesús nos ofrece un café de bienvenida y luego nos lleva a almorzar. Mientras tanto, él nos muestra toda esta realidad fronteriza. Cito sus palabras y su testimonio:
Todos los días preparamos mil desayunos para los venezolanos que pasan por aquí. También estamos construyendo viviendas de emergencia. Todos los domingos celebro una mesa en español para los venezolanos, y la iglesia se llena.
La gente en Venezuela está muriendo de hambre, así que cruza la frontera. Vienen de todas las provincias de Venezuela. No encuentran nada para comer, y si cuesta tanto no pueden comprar.
Nací en Marruecos, cuando la mitad de Marruecos pertenecía a España. Soy ingeniero y llegué a Amazonia para trabajar, luego entré al seminario de Manaos y me hice sacerdote de la diócesis de Roraima. Durante 9 años también fui el predecesor de usted Padua, como párroco de Caracaraí, que tiene un territorio inmenso. Fui el pionero de la evangelización rebelde en esa área, donde nadie fue antes que yo. Diez misioneros brasileños llegaron después de mí, pero en diez lucharon para hacer lo que yo hice solo.
Ahora he estado en Pacaraima durante los últimos nueve años, pero tengo mucha experiencia con este flujo excepcional de migrantes. Estoy estresado Todas las mañanas me levanto a las 4 de la mañana para preparar un café fraterno, para verificar que haya voluntarios que lo preparen y suficiente comida.
Soy la persona más odiada en el país porque ayudo a los inmigrantes. Aquí hay una xenofobia terrible, la gente está cansada de la situación. Hay muchos robos, ha habido doce asesinatos en casi dos años, y hay muchos en un pequeño país de dos mil habitantes.
Pero estos emigrantes venezolanos no tienen nada, y yo, como sacerdote, cristiano, hombre y hermano, ¡no puedo ignorarlos! Como parroquia nosotros (solo) hacemos esto: preparamos y ofrecemos mil desayunos frugal al día. Es un desafío desafiante y agotador, porque lo hemos estado preparando todas las mañanas durante más de un año, sin parar. Pero muchos venezolanos me dicen que para ellos en muchos días esta es la única comida garantizada.
Todas las mañanas, quince voluntarios me ayudan: a las 4 a.m. llegan a calentar leche y café, a las 5 a.m. se abre la puerta, de 545 a 615 llega mucha gente y se sirve sin interrupción, a las 7 en punto cuando el pan y el café están cerrados la puerta se cierra.
No hay otras organizaciones humanitarias para ayudar, ni iglesias protestantes que ofrecen almuerzos o cenas. Aquí en Pacaraima hay alrededor de cuarenta iglesias evangélicas diferentes, pero ninguna colabora ni ayuda a los migrantes. No recibo nada del gobierno, ni del ayuntamiento. El ejército me ofrece leche, fruta y pan. Otros alimentos que recibo extrañamente de los mormones. Pero no me hable de las organizaciones gubernamentales. Estos alimentos provienen de la ONU, que entrega dinero al ejército para comprar alimentos para su distribución. Siempre hay corrupción, llega el 60% o 40% de lo que se entrega. También hemos preparado bolsas con alimentos solo para emergencias, en una semana damos 700. Cada bolsa vale aproximadamente 25 reales, es decir, 7 euros.
Pero tengo 77 años y le pedí al obispo que se retirara, porque tengo el derecho. Él, sin embargo, me deseó tanta salud y me pidió que me quedara un poco más, incluso para esta situación de emergencia que obviamente manejo bien, en la medida de lo posible. En julio, sin embargo, vendrán dos sacerdotes para ayudarme, un brasileño y un mexicano, ya que es necesario conocer los dos idiomas en este territorio fronterizo.
En este momento llaman a la puerta y el padre Jesús se acerca: es 1215. Una joven pareja con un niño pide algo para comer. Vienen de Barquisimeto, he estado viajando durante tres días. A su marido le habían prometido un trabajo, pero cuando llegó, su lugar ya estaba ocupado. El sacerdote les da una canasta de comida. Me preguntan si conozco alguna compañía que necesita trabajadores, pero les digo que no soy de aquí.
No hay trabajo en Venezuela Aquí, más allá de la frontera, un trabajador recibe 8 horas de trabajo por 10 reales, es decir 3 dólares. Sí, hay trabajo, pero esto es explotación.
Hay papás venezolanos que instruyen a sus hijas a prostituirse, lo que indica que piden tanto dinero por los diversos tipos de servicio que piden.
Luego de esta conversación y almuerzo con el párroco, por la tarde con un taxi iremos a Venezuela, en el primer pueblo pequeño de Santa Helena de Uiarén.
Vamos a visitar la hermosa Catedral y a sentir el clima. En la catedral están las confesiones de los Cresimandi con dos sacerdotes. Mientras le muestro mi libro sacerdotal, me ofrezco para ayudarlos a confesar, a cambio de una breve charla. El sacerdote acepta, diciendo que el obispo, que es el otro confesor, también será feliz. Entonces, después de una hora de confesiones, frente a un buen café, responden a mis preguntas sobre la realidad territorial y la difícil situación de hoy.
La pequeña diócesis de Santa Helena tiene solo cuatro sacerdotes, pero tiene seis parroquias muy grandes, tres de las cuales son completamente indígenas y solo se puede llegar por avión. Hasta hace un año, antes de iniciar la iniciativa del café fraterno para los emigrantes venezolanos, el padre Jesús también dedicó tres días al mes a celebrar la misa en uno de los tres. Según él, era un verdadero paraíso, completamente inmerso en la naturaleza, además de que la gente era muy agradable y afectuosa. Él tiene mucha nostalgia por ese lugar.
Después del café, nos preocupa el taxi de regreso, pero el obispo dice que nos acompaña de buen grado de regreso a Brasil, para que pueda saludar a su padre Jesús. Durante el viaje, informe al obispo de Padua que necesita sacerdotes para su diócesis. Será al menos el séptimo obispo, conocido durante mi viaje, que me hace la misma petición.
A la mañana siguiente, Raúl y yo le prometemos a nuestro padre Jesús que colabore en la distribución del café fraterno. Ya a las 4 am despertamos a las mujeres, voluntarias venezolanas, que preparan el caffelatte en las ollas. A las 4h40 también llegamos a la disposición junto con los quince voluntarios venezolanos (ninguna parroquia católica ayuda al sacerdote en este servicio, apoyada por los obispos y apreciada por la radio, la televisión, los periódicos). A las 5 en punto abra las puertas de una sala de estar donde hay 5 mesas grandes para un total de cien asientos. Ingrese personas que ciertamente no duermen en la cama por la noche. Se sientan, beben el café con pan en unos cinco minutos, llevan la taza sucia al fregadero y salen, liberando el lugar para el próximo invitado. Mientras que a las 5 en punto entran casi singularmente, a las 6 en punto el salón está lleno y afuera está la cola. Los sirvientes debemos ser muy rápidos: tan pronto como uno libere el lugar, coloque el plato y el recipiente de plástico, vierta el café y coloque el pan. Desde las 6 am, el ritmo es tan fuerte que cuando llego con un plato y un cuenco, una persona ya está esperando. Casi nadie habla, solo dice Buenos días y Gracias. Algunas palabras intercambiadas entre ellos y en un susurro. Todos ellos son destruidos por varios días de caminata en Venezuela para llegar a la frontera. Y ahora estoy sin hogar, sin trabajo, sin comer, sin conocidos, sin amigos y mal visto.
Su corazón se tensa cuando los niños entran junto con los adultos. Hay pequeñas mesas, sillas y cuencos solo para ellos. Muchos están descalzos. Ellos también se sientan y comen en silencio. Pido fotografiarlos, soy bromista, ellos sonríen un poco: pero esperan un día duro con sus padres, en busca de trabajo, comida, hogar.
A las 6h40 el pan termina, después de diez minutos también el caffelatte. Cierras la puerta, alguien se queda fuera. Se hizo lo que era posible: solo mil panecillos, solo mil tazas de caffelatte ofrecidas en casi dos horas. Todas las mañanas, comenzando a calentar ollas de 4h a 7h. Cada mañana por más de un año. El padre Jesús tiene 77 años y está cansado, preocupado cada día por la falta de leche, pan y café, para garantizar un pequeño desayuno a los que en ese momento no tienen nada.

Dopo aver soggiornato a Manaus presso i preti di Treviso, ora cambio diocesi e provincia e passo in Roraima, dai preti di Padova, che da circa due anni si sono trasferiti in questa nuova terra di missione, dopo 35 anni vissuti nella Baixada Fluminense, nello stato di Río de Janeiro.
La comunità missionaria é formata da tre sacerdoti (Giuseppe Cavallini, assente perché studente di portoghese a Brasilia, Benedetto e Lucio Nicoletto). momentaneamente sono presenti due laici: Fabiano di Montegrotto e Raul di Torino.
A settembre, a Dio piacendo, si smantella la missione di Río e forse si rinforza questa: arrivano quindi don Luigi Turato e don Orazio Zecchin, mentre don Matteo Fornasiero e don Lucio Nicoletto tornano nella diocesi di Padova.
Nella diocesi di Roraima è stata loro affidata la parrocchia di Caracaraí, 20 mila abitanti in un territorio che é un terzo dell’Italia.
Avrà bisogno di così tante forze questa missione?
Per molti anni ci hanno lavorato i padri della Consolata, poi sono subentrate alle presenze, un prete spagnolo, poi preti brasiliani.
La vastità del territorio non ha per niente favorito una buona evangelizzazione.
La sfida è curare una triplice pastorale: urbana, rurale e fluviale (qui si dice Riberiña, ovvero della riva del fiume), mentre la pastorale indigena nelle zone più interne continuano a curarla ancora i padri della Consolata.
Se Dio vuole, saranno presenti quattro preti, così in alcuni anni si potrà rifondare una pastorale, in cui però non tutto sarà demandato ai preti, ma dove i laici locali avranno grandi responsabilità nella pastorale, cosicché sé un giorno i sacerdoti missionari mancheranno, i laici potranno continuare l’evangelizzazione ed il cammino di fede.

A propósito di indigeni, sorprende venire a conoscenza che molti di loro, non solo emigrano in città, ma vogliono abbandonare, dimenticare, si vergognano della loro cultura.
Tutto é nato casualmente da una visita in un negozio di splendidi oggetti indigeni. l’amico missionario Raul aveva criticato la venditrice per vendere cappelli di paglia «made in China». La venditrice ci spiegò che non solo quelli, ma purtroppo molti altri oggetti non venivano prodotti dagli indigeni, pur essendo prodotti artigianali. Raccontava che lei stessa, cittadina di Manaus, aveva imparato a costruire molti oggetti, perché gli indigeni della zona attorno a Boavista si rifiutano di lavorare.
Purtroppo l’emigrazione interna è molto forte: dalle zone povere, dalle campagne, dalle rive dei fiumi, dalla foresta, la gente emigra alla città, dove ci sono scuole, università, ospedali, supermercati, e forse lavoro. E nella città purtroppo ci si adatta: non é così facile trovare lavoro, così molta gente va per le strade, aspetta, si stende sull’amaca, bighellona, beve e si ubriaca.
Quanto invece alla pastorale fluviale (riberiña), don Benedetto mi informa che vi si dedicano quattro volte all’anno, facendo un viaggio di 20 giorni per volta con il barcone della parrocchia e visitando le circa 15 comunità che si trovano lungo le rive del Rio Branco. Partirà per il viaggio proprio domenica notte, la stessa notte in cui io lascerò dopo 40 giorni l’Amazzonia. Sarebbe stato un bellissimo viaggio, ma non si può far tutto, per quest’anno devo accontentarmi di quaranta giorni sui fiumi. Per arrivare alle prime comunità fluviali si impiegano circa due giorni di barca. L’equipe é composta da tre marinai dell’equipaggio (meccanico, timoniere ed ausiliario), 8 missionari, tra cui un prete e una suora, e 5 professoresse di Boavista. Si va per conoscere ed iniziare a evangelizzare: il proposito é far conoscere Cristo, attraverso alcune catechesi, e secondo le richieste ed i casi, preparare ed amministrare alcuni sacramenti. Tutti possiedono un’amaca per dormire nella barca, nel poco spazio disponibile. Non sarà normale nel resto del mondo, ma sulla mia pelle ho esperimentato che dormire sull’amaca é assolutamente normale in tutta l’Amazzonia!

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+7 Caracaraí y Boavista: Otra provincia, otra diócesis, otra misión.

Después de haber estado en Manaos con los sacerdotes de Treviso, ahora cambiando la diócesis y la provincia y pasando en Roraima, por los sacerdotes de Padua, que durante aproximadamente dos años se han mudado a esta nueva tierra de misión, después de 35 años viviendo en la Baixada Fluminense, estado de Rio de Janeiro.
La comunidad misionera está compuesta por tres sacerdotes (Giuseppe Cavallini, ausente porque es estudiante portugués en Brasilia, Benedetto y Lucio Nicoletto). momentáneamente hay dos laicos: Fabiano di Montegrotto y Raul di Torino.
En septiembre, si Dios quiere, desmantela la misión de Río y tal vez refuerza esto: luego vienen Don Luigi Turato y Don Orazio Zecchin, mientras que Don Matteo Fornasiero y Don Lucio Nicoletto regresan a la diócesis de Padua.
En la diócesis de Roraima les fue confiada la parroquia de Caracaraí, 20 mil habitantes en un territorio que es un tercio de Italia.
¿Necesitará esta misión tantas fuerzas?
Durante muchos años, los padres de la Consolata trabajaron allí, y luego se hicieron cargo de las presencias, un sacerdote español y luego sacerdotes brasileños.
La vastedad del territorio no ha favorecido en absoluto una buena evangelización.
El desafío es curar una triple pastoral: urbana, rural y fluvial (aquí decimos Riberiña, o la ribera del río), mientras que la pastoral indígena en las áreas interiores continúa tratando nuevamente a los padres de la Consolata.
Si Dios quiere, habrá cuatro sacerdotes, por lo que en algunos años será posible restablecer un cuidado pastoral, en el que no todos serán confiados a los sacerdotes, pero donde los laicos locales tendrán una gran responsabilidad en la pastoral, para que un día los misioneros se pierdan el los laicos podrán continuar la evangelización y el camino de la fe.

Como resultado de los pueblos indígenas, es sorprendente saber que muchos de ellos, no solo emigran a la ciudad, sino que quieren abandonar, olvidar, avergonzarse de su cultura.
Todo nació por casualidad a partir de una visita a una tienda de bellos objetos nativos. su amigo misionero Raúl había criticado al vendedor por vender sombreros de paja “hechos en China”. El vendedor nos explicó que no solo eso, sino que lamentablemente muchos otros objetos no fueron producidos por los nativos, incluso si fueran productos hechos a mano. Ella contó cómo ella misma, una pequeña ciudad en Manaus, había aprendido a construir muchos objetos, porque los nativos del área alrededor de Boavista se niegan a trabajar. Desafortunadamente, la emigración interna es muy fuerte: desde las áreas pobres, desde el campo, desde las orillas de los ríos, desde el bosque, la gente emigra a la ciudad, donde hay escuelas, universidades, hospitales, supermercados y tal vez trabajo. Y en la ciudad, desafortunadamente, cabe: no es tan fácil encontrar trabajo, mucha gente sale a la calle, espera, se acuesta en la hamaca, juega, bebe y se emborracha.
En cuanto a la pastoral fluvial (riberiña), Don Benedetto me informa que se dedican cuatro veces al año, haciendo un viaje de 20 días a la vez con la barcaza parroquial y visitando las aproximadamente 15 comunidades que se encuentran a lo largo de las orillas del Río. Branco. Él se irá para el viaje el domingo por la noche, la misma noche que salgo del Amazonas después de 40 días. Hubiera sido un viaje hermoso, pero no se puede hacer todo, porque este año tengo que conformarme con cuarenta días en los ríos. Para llegar a las primeras comunidades fluviales, se tardan unos dos días en barco. El equipo consta de tres miembros de la tripulación (mecánico, timonel y auxiliar), 8 misioneros, incluyendo un sacerdote y una monja, y 5 profesores de Boavista. Uno va a conocer y comenzar a evangelizar: el propósito es hacer conocer a Cristo a través de algunas catequesis, y de acuerdo con las solicitudes y los casos, para preparar y administrar algunos sacramentos. Todos tienen una hamaca para dormir en el bote, en el espacio limitado disponible. No será normal en el resto del mundo, pero en mi piel he experimentado que dormir en la hamaca es absolutamente normal en todo el Amazonas.

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